Lost and Found

Di Chiara Bertoglio

I miei lettori lo sanno bene. Amo il mio lavoro appassionatamente, e non riuscirei a immaginarmi in nessun altro posto. Eppure ci sono dei giorni in cui pianterei tutto lì, senza ripensamenti. E il giorno in cui fui davvero a un passo dal farlo è anche il giorno in cui inizia questa cronaca.

Quel giorno, Theodore Horstmann, il balio delle orchidee, si era beccato… il morbillo. Se c’era una cosa incongrua da immaginare era Theodore – che sembrava aver avuto sempre sessantacinque anni, da quando era nato – spiaggiato a letto con una malattia infantile. E questo accadeva proprio nel giorno in cui un rarissimo ibrido di Dracula gigas, anche detta «orchidea scimmia», doveva arrivare nella serra di Nero Wolfe, portato da un collezionista giapponese cui il mio signore e donno aveva reso un favore anni fa. Wolfe era già allo spasimo della tensione da diversi giorni, perché non aveva mai avuto una Dracula e probabilmente il nome transilvano lo faceva pensare al Montenegro. Aveva tutto un programma, concordato con Theodore, per accogliere degnamente quella pianta unica nella serra del piano di sopra. E quando Theodore si rese indisponibile, decorato dalle chiazze rosse del morbillo, Wolfe divenne semplicemente impossibile.

Ma i guai non erano finiti. Non appena seppe che Theodore aveva il morbillo, Fritz Brenner, il nostro cuoco svizzero, si chiuse in camera sua. Neanche lui aveva fatto il morbillo da piccolo, e aveva il terrore di prenderselo. Fritz si rifiutò categoricamente di uscire finché Theodore non fosse definitivamente guarito. E questo avrebbe voluto dire parecchi giorni di quarantena. Il problema era che senza Fritz avremmo dovuto arrangiarci noi con il cibo. Il signor Wolfe non era sicuramente meno esperto dello stesso Fritz nell’arte culinaria, ma in quello stato d’animo non sarebbe stato in grado nemmeno di aprire una scatoletta di tonno. Non solo: si era proprio nella stagione ideale per i funghi, e Wolfe stava pregustando da settimane un menu a base di funghi a pranzo e cena. Con Fritz avevano stabilito un calendario stringentissimo di degustazioni: tutte preparazioni estremamente complicate, e per tutte ci voleva un’ingente quantità di materie prime, che avevamo già ordinato – con largo anticipo – da Marko Vukcic, l’amico di Nero Wolfe che conosceva i migliori cercatori di funghi del Nord America. Funghi che sarebbero probabilmente rimasti in dispensa a deperire, mentre Wolfe si sarebbe rifiutato anche solo di darmi indicazioni su come pulirli e cucinarli.

Quando entrai in ufficio, quella mattina, Nero Wolfe sembrava l’icona vivente della disperazione. Pareva pure dimagrito, e sicuramente avrebbe perso almeno un ottantesimo del suo settimo di tonnellata prima che finisse la quarantena di Fritz. Mi guardò come se fossi il virus del morbillo. Cercai di rendere piacevole la cosa: «Evidentemente, signor Wolfe, un’orchidea che si chiama Dracula porterà un po’ di sfortuna, no?». Wolfe tentò – riuscendoci – di rendere il suo sguardo ancor più carico di quell’indefinibile miscuglio di odio, disprezzo e disperazione che mi riservava in rarissime occasioni, ma che – nonostante cercassi di buttarla in ridere – mi lasciava sempre un po’ di amaro in bocca.

«Forse è meglio che mi vada a fare una passeggiata, se lei non ha niente in contrario». Wolfe non rispose, e lo presi per un sì. Presi cappello e soprabito, e scesi velocemente i gradini della vecchia casa di arenaria sulla Trentacinquesima Strada che costituisce il mio domicilio da anni. Non avevo fatto che pochi passi quando mi sentii chiamare da dietro le spalle: «Goodwin!». Avrei riconosciuto quella voce tra mille, e non era la voce che avrei avuto piacere di sentire in una giornata come quella. L’ispettore Cramer… ci mancava solo lui.

Voltandomi, cercai di dipingermi sul volto il mio sorriso più amabile, quello che di solito al Flamingo Club funziona sempre. «Ispettore Cramer, che piacere vederla! Le sconsiglio di entrare perché casa nostra è infettata dal morbillo». «Panzane, ne inventi un’altra, Goodwin». (Intuii che le cose andavano male perché quando mi chiama Archie siamo in termini amichevoli, ma quando passa al Goodwin… c’è da preoccuparsi).

«Giurin giurello, abbiamo Theodore ammalato e Fritz rintanato in camera sua. Non è aria, ispettore, le sconsiglio di entrare… non solo per il morbillo». Cramer esitò un istante. Si vedeva che era un po’ imbarazzato. «Ma Wolfe mica ce l’ha, il morbillo», replicò puntandomi gli occhi addosso. «No», risposi, «ma a tutti gli effetti è come se avesse il morbillo, la febbre terzana e pure un tocco di peste bubbonica. Veda lei se ci tiene». «Mah, forse, Archie, potresti darmi un’informazione anche tu». (Ecco, eravamo passati all’Archie: si vede che aveva davvero bisogno di aiuto).

«Hai mai sentito parlare di Katashi Tanaka?». (Per la precisione, Cramer disse qualcosa tipo «k’teeshi», ma non starò a sottilizzare). Riflettei più velocemente che potei. Tanaka era il collezionista di orchidee che doveva portarci la Dracula gigas. «Non saprei», risposi; «la sua pronuncia del giapponese, ispettore, è tanto scarsa quanto la mia capacità di comprenderlo», aggiunsi con quello che pensavo essere un amabile sorriso.

«Glielo devo scrivere, Goodwin?» (Ahi, eravamo tornati al «Goodwin»). «È un tizio che colleziona orchidee, sicuramente lo avrete sentito nominare».

«Ah», risposi, sempre con il mio amabile sorriso, «intende Katashi Tanaka?» (e lo pronunciai in un modo che nemmeno l’imperatore del Giappone avrebbe saputo far di meglio).

«Quello lì», rispose Cramer.

«Beh, sì, l’ho sentito nominare», risposi – ed era vero; l’avevo sentito nominare notte e giorno nelle ultime sei settimane.

«L’hanno trovato morto nell’ufficio Lost \& Found dell’aeroporto di New York. Con in mano un foglietto con l’indirizzo di Nero Wolfe».

«Ah». Nonostante il mio brillante ingegno – o così lo reputavo – non riuscii a trovare una risposta più efficace. «‘Ah’ non mi basta», commentò infatti Cramer. «Devo entrare e fare delle domande al vostro capo, e vorrò delle risposte esaurienti».

«Secondo me l’unica cosa che ne caverete sarà un gran mal di testa. E la fine miserevole di otto o nove dei vostri sigari, che addenterete furiosamente nel tentativo di convincere Wolfe a spiccicar parola. Ascoltate, signor Cramer: qualcosina di Tanaka posso dirvela anch’io, e tutto sommato sono talmente d’umor nero anch’io che passare la mattinata in polizia non può peggiorare più di tanto la situazione».

Cramer ci pensò su per qualche istante. «Va bene, Goodwin. Tanto vale che cominciamo a parlarne, allora. Avete idea di perché sul cadavere di Tanaka abbiamo trovato due segni di rossetto in corrispondenza della carotide, sul collo? Quel cretino di Stebbins, scoprendoli, mi ha detto: ‘Guardi, Ispettore, sembra che l’abbia ucciso Dracula!’. Come se Dracula si aggirasse per l’aeroporto di New York».

Beh, pensai, vampiri in aeroporto non credo proprio che ce ne siano… ma orchidee Dracula… E mi chiesi in che lingua – transilvano? Montenegrino? – avrei potuto dare a Wolfe la ferale notizia. Non tanto che Tanaka era morto, quanto che la Dracula aveva preso il volo.