Il Regno di Silkir

Di Davide Gorga

Le stelle brillavano come diamanti nel cielo cupo, lo scivolare della slitta, su cui i rami raccolti durante il giorno erano accatastati con cura, procedeva veloce e senza pause. Nel mondo, nessun rumore, e, anche vi fosse stato, non avrebbe oltrepassato il pesante cappuccio di lana che portava sotto la pelliccia che lo avvolgeva completamente. Dinanzi a lui, la figura alta non si fermava, non indugiava, pareva affrettarsi a ogni passo.

Di lì a poco sarebbero giunti a casa, il fuoco si sarebbe ravvivato, la vita ancora una volta avrebbe sorriso. Ora, era una sfida contro la notte, che li aveva sorpresi troppo lontani.

Improvvisamente, l’alta figura si fermò, la slitta che trainava oscillò e ristette, e con la sinistra pesantemente guantata fece un segno verso il meridione. – Guarda, figlio mio! – esclamò; – I fuochi notturni delle mura della Città Scintillante.

Il ragazzo osservò meravigliato, quasi dimentico del freddo che lo invadeva sino alle ossa, e vide, in lontananza e quasi irreale, tra le nordiche Selve Nevose, la capitale, avvolta in mille mani di fiamma, quasi un gioiello ardente.v

Il padre riprese svelto il cammino. In breve, un’ombra nera, venata dagli ultimi esili barlumi di un fuoco morente dalle strette finestre rivolte a oriente, si disegnò improvvisa, e i due vi si precipitarono, ravvivando il fuoco e tornando lentamente al tepore.

***

Diversa, meravigliosa e austera si disegnava la Città immersa tra le Selve Nevose, in cui il canto dei ruscelli tra i fiori si poteva udire solo nell’inoltrata primavera. Candide mura erette in bianca pietra cingevano Zetrak, la Città degli Scintillii, che in inverno pareva regnare tra le pianure innevate circostanti, come un bianco fiore intagliato in candido cristallo.

Davanti ai suoi portali terminava la lunga, sinuosa Kerek nev, che, dal cuore delle valli meridionali, attraverso paludi, città, pianure e castelli sparsi, giungeva sino alla Foresta Azzurra, i cui margini erano ornati da macchie multicolori di rododendri durante il breve sorriso primaverile; la Via Lastricata l’oltrepassava lasciandosi ai lati le filigrane d’argento che il sole invernale indorava, lanciandosi poi sul lunghissimo Ponte del Mattino, la prima delle meraviglie nordiche, sostenuto da un’unica, sottile campata; bordato di esili e snelle colonnine scolpite e incise secondo gli emblemi dei ventidue dominî di Silkir: alberi dai rami finissimi, candidi cigni levantisi alti in volo.

Più oltre, l’inverno, nemmeno il più improvvido dei viaggiatori avrebbe osato avventurarsi: il Ponte segnava il confine ultimo per i viandanti dalla fine dell’autunno sino ai primi segni del disgelo; né vi erano altre vie d’accesso facilmente percorribili oltre quella snella, volteggiante campata di pietra sospesa su un abisso profondo.