La fonte di Ferro

Di Giovanni Bertoglio

«Chiudi gli occhi, vedi il Globo?» chiese Mivara.

«Non ci riesco, fuori c’è troppo rumore» rispose il ragazzo.

«Concentrati: è molto importante. Tra qualche giorno oppure tra qualche minuto essere capace di raggiungere il tuo Globo potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte, e il più delle volte non avrai il privilegio di stare seduto tranquillo come adesso in una comoda tenda. Respira a fondo e cerca di vederlo, non pensare ad altro. Il fatto che io disapprovi tutto questo non mi esime dal cercare di farti restare vivo il più a lungo possibile»

Mander obbedì, e finalmente riuscì a vedere il Globo, perfetto e luminoso come se lo ricordava.

«Adesso cerca di penetrarlo e non abbandonarlo più: lasciati avvolgere dalla sua pace e dalla sua consapevolezza»

Mivara non ebbe il tempo di finire la frase che un uomo magro come un giunco ma che si muoveva con letale precisione entrò nella tenda senza annunciarsi; rimase interdetto per un attimo alla vista della donna, che salutò con un minimo cenno del capo: «Tessitrice Mivara.» disse; nei suoi modi abitava una freddezza implacabile.

«Maestro d’arme Borgan.» rispose lei con voce altrettanto marmorea.

Il nuovo entrato si rivolse al ragazzo: «Mander, hanno annunciato il nome del tuo sfidante; si chiama Odnar, casata di Roccafiamma, nobiltà minore dell’Ovest»

«Cosa sai dirmi di lui?»

«Ha un anno più di te, l’ho visto combattere solo un paio di volte. Non è irresistibile ma è comunque un osso duro, ha più forza che tecnica: se applichi i miei consigli puoi batterlo.Ma ora preparati, tra qualche minuto sarà il tuo turno»

«Forse è meglio che ti lasci solo per un po’», intervenne Mivara alzandosi dal suo scranno, e facendo così intendere che anche Borgan avrebbe fatto meglio a uscire dalla tenda. Il maestro d’arme colse lo spunto ma solamente perché aveva pensato anche lui alla stessa cosa. Trovarsi in accordo con la Tessitrice gli provocava ugualmente una certa irritazione.

Mander annuì e cercò nuovamente di raggiungere il Globo.

Dopo vari tentativi ci riuscì ed entrò in quello stato mentale affilato e flessibile che provava tutte le volte. I sensi si risvegliarono da una specie di torpore e tutto si fece più nitido nella sua mente.

Anche se aveva gli occhi chiusi, riusciva quasi a distinguere una per una le voci delle centinaia di persone che affollavano i palchi costruiti attorno al recinto, a percepire i movimenti dei duellanti che si stavano sfidando in quel momento. Ancora più in là il mare si infrangeva sugli scogli. Riportò l’attenzione su di sé. Annusò l’acro odore del grasso che aveva passato sulla lama della spada, il cuoio che teneva insieme i pezzi della sua armatura; pur se era perfettamente immobile, Mander riusciva a percepire i suoi muscoli uno per uno.

Aveva atteso quel momento per anni, ma se l’era immaginato diversamente, e certamente non si aspettava che sarebbe arrivato così presto. Erano secoli che, in tutte le città principali del regno di Aladgavion, ogni anno veniva indetta la "Fonte di Ferro", evento in cui i giovani nobili che avessero compiuto il diciottesimo anno di età avrebbero provato il loro valore combattendo in duello gli uni contro gli altri. Dopo la "Fonte" tutti i partecipanti facevano vela verso la capitale per trascorrere quattro anni nell’esercito reale.

Ma quell’anno le cose erano andate diversamente: era giunta notizia che i Popoli Grigi, dopo quindici anni di pace, avevano nuovamente raccolto un’armata, e avevano già oltrepassato la Catena Cedrica, puntando dritti verso il passo che portava ai confini di Aladgavion. Sotto una minaccia imminente, le regole della "Fonte di Ferro" cambiavano: l’età dei partecipanti veniva abbassata di due anni (eMander ne aveva appunto sedici) e i vincitori di ogni duello sarebbero stati mandati direttamente a combattere.

Mivara aveva fatto di tutto per non far crescere inMander il seme dell’odio verso i Popoli Grigi, ma le lacrime che sua madre Yarel versava quando pensava di non essere vista avevano scavato un solco profondo nel cuore del ragazzo. Quando aveva appena un anno, infatti, suo padre era morto proprio combattendo contro i Popoli Grigi nella battaglia dei due tramonti, scontro che aveva sancito la fine della guerra. Aladgavion aveva prevalso, ma la vittoria era stata pagata con un pesantissimo tributo di sangue.

«È ora» disse qualcuno all’esterno della tenda.Mander prese l’elmo appoggiato sul tavolino e se lo mise sotto il braccio, mentre con l’altra mano raccoglieva la spada. Uscì all’esterno e camminò con studiata lentezza tra le tende fino ad arrivare al recinto, dove lo attendeva Borgan che lo aiutò ad allacciare l’elmo. Si concesse un attimo per guardare l’ambiente circostante: tutt’intorno a lui gli alberi infuocati dalla luce dell’autunno palpitavano di una corale dolcezza, e poco oltre le loro cime si poteva scorgere la sommità della Porta del Corvo, a interrompere le austere mura di Batar.

Borgan gli diede una rapida occhiata di controllo e poi gli appoggiò una mano sulla spalla coperta di metallo. QuandoMander riportò lo sguardo al recinto vide il suo avversario che stava entrando dalla parte opposta, così fece il suo ingresso anche lui.

Mander cercò in pochi attimi di studiare l’avversario, più alto e ben piazzato. L’armatura di Odnar non era di ottima fattura, ma aveva scelto come arma una pesante mazza ferrata; evidentemente era sceso in campo per cercare di arrecare più danno possibile.

I due si affiancarono ponendosi di fronte al palco sopraelevato, portarono le armi al cuore, al cielo e a terra, poi si fronteggiarono.

«Metà della battaglia si decide prima che la prima freccia venga scoccata» gli aveva detto una volta Borgan, ma nel fugace gioco di sguardi che si era appena svolto, Mander non era sicuro di essere uscito vincitore. Gli occhi di Odnar non erano né feroci né determinati, la loro caratteristica principale era la peggiore possibile da trovare in uno sfidante: erano stolidi.Mentre si abbassava la celata, Mander sentì la tensione crescere dentro di lui. La sua visuale ora si limitava ad una sottile striscia di luce orizzontale, il metallo che premeva contro le orecchie gli permetteva di sentire solo un brusio indistinto fuori dall’elmo, insignificante rispetto al rumore martellante del proprio cuore e del proprio respiro. Indossare un’armatura ti faceva sentire potente e solo come nessun’altra cosa. Doveva mantenere la presa sul Globo.

Calò il silenzio sopra la sabbia, la danza era iniziata. I contendenti cominciarono a girarsi intorno in ampi cerchi, studiandosi l’un l’altro. Odnar si muoveva più a scatti rispetto a Mander, che compiva movimenti più fluidi e controllati, ma nessuno dei due sembrava aver intenzione di attaccare, fino a cheMander non notò un movimento quasi impercettibile della gamba arretrata dell’avversario, chiaro preludio di uno scatto in avanti. In una frazione di secondo si preparò a ricevere il colpo che piombò su di lui con una forza micidiale, diretto proprio al centro del suo elmo; con un rapido movimento si spostò lateralmente, ma il fendente era stato portato con una tale rapidità che lo mancò per un soffio.

Mander, quasi colto di sorpresa, non ebbe la prontezza di contrattaccare; sarebbe stato un buon momento dato che il suo rivale si era sbilanciato in avanti, rimanendo così scoperto per un attimo.

Mander realizzò immediatamente che se il colpo ricevuto fosse andato a segno, probabilmente non sarebbe stato nemmeno in grado di uscire dal recinto sulle sue gambe.Ma non poteva pensare troppo a lungo, perché intanto Odnar aveva cominciato a mulinare l’arma che in breve sarebbe calata di nuovo. Un attimo dopo, infatti, la mazza si abbattè implacabile suMander, che nuovamente schivò la traiettoria appena in tempo, e stavolta riuscì a rispondere, pur se con un inefficace colpo diagonale che si infranse contro uno spallaccio, senza arrecare grossi danni. Odnar si girò immediatamente per tornare in posizione; dopo due fendenti consecutivi, potentissimi ma ottusi, Mander credeva di aver inquadrato lo stile del suo opponente, per cui l’improvviso cambio di traiettoria del terzo fendente lo colse impreparato, permettendogli solo di assistere allo spettacolo della mazza che si andava a fracassare contro il suo polso destro. Il contraccolpo fu tale da fargli perdere la presa sulla spada, che cadde a terra con un suono insulso tra le urla degli spettatori, mentre un dolore lancinante gli percorreva il braccio. La situazione si era fatta critica. La visuale ridotta non gli consentiva di vedere dove la lama fosse caduta, e abbassare la testa per cercarla avrebbe voluto dire offrire un bersaglio perfetto per l’arma di Odnar, che non avrebbe di certo avuto pietà. La violenza del colpo ricevuto, l’atteggiamento di Odnar, le sue movenze, erano chiari segnali del fatto che era sceso in campo con l’intenzione di uccidere.Mentre la testa cominciava a ronzare e il calore dentro l’elmo diventava insopportabile, Mander scorse che l’avversario, forse in un eccesso di sicurezza o per distrazione, teneva la gamba destra un po’ troppo avanzata: sperò con tutto il cuore che non si trattasse di un’esca, ma non c’era tempo per soppesare pro e contro. Con una spazzata fulminea di piede, Mander agganciò la caviglia dell’avversario che finì schiena a terra con un tonfo; gli si gettò sopra, bloccandolo, e sfilando contemporaneamente con la mano sinistra il pugnale che portava alla cintura.

Negli anni precedenti il duello si sarebbe concluso in quel momento, ma le regole per quella "Fonte di Ferro" imponevano che l’incontro finisse solo quando del sangue fosse stato sparso, e se Mander non avesse agito, sapeva che il rivale avrebbe versato il suo fino a far ubriacare la terra.Mander, nonostante avesse ormai il fiato corto, la vista annebbiata e il dolore al polso non accennasse a diminuire, si mosse con l’ineluttabile lucidità che gli dava l’essere ancora dentro il Globo. Trovò una fessura tra l’elmo di Odnar e la sua corazza, affondandovi il pugnale; solo l’elsa rotonda impedì alla lama acuminata di proseguire la sua morbida corsa. Un colpo di tosse liquido scosse il corpo del ragazzo disteso a terra.

***

«Avrei dovuto immaginare che eri finito qui» disse Mivara al ragazzo che, ancora con tutta l’armatura addosso, sedeva su una roccia in cima alle vertiginose scogliere di Batar; si era liberato solo dell’elmo e dei guanti. I capelli appiccicati alla fronte gli davano un aspetto quasi infantile.

Mander non distolse lo sguardo dall’orizzonte, dove il sole stava morendo in un tripudio di bronzo e ocra; poco distante da riva ciondolavano all’ancora la Stiletto delle Onde e la Foglia di Sale due dronasse da guerra tozze e sgraziate che in capo a qualche giorno sarebbero state ingravidate di centinaia di armati per poi partire alla volta della capitale.

«È... morto, vero?» chiese Mander con gli occhi sempre puntati verso il mare.

«Sì, è morto. E come lui oggi ne sono caduti altri quattro.» C’era un’evidente nota di disapprovazione nella sua voce maMander sembrò non notarla.

«Borgan direbbe che quelli morti oggi sarebbero morti comunque al primo scontro con i Popoli Grigi, ma questo non mi fa sentire meglio»

«Vorrei poterti dire che hai fatto ciò che dovevi: ho visto lo scontro e se non fosse morto Odnar probabilmente saresti morto tu»

«Neanche questo mi fa star meglio»

Seguì un attimo di silenzio, riempito dai sospiri delle onde, finchéMander parlò: «Mivara, posso farti una domanda?»

«Certamente, le Tessitrici sono fatte per questo»

«Raggiungere il Globo ti permette di esprimere la tua più intima essenza, non è vero?»

«In un certo senso sì; raggiungere il Globo non ti dà nulla più di quanto già non possieda; non ti rende più forte né più veloce, acuisce solamente le tue sensazioni, e la prontezza della tua mente, ma tutto quello che ti dà il Globo proviene da te». Per la prima volta dall’inizio della conversazioneMander guardò la Tessitrice dritta negli occhi, con un’espressione di risoluto dolore.

«Allora perché, Mivara? Perché quando ho ucciso ho provato piacere?»